
TACCUINO di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico di Paolo Miggiano
Paolo Rausa, nato a Poggiardo in provincia di Lecce, vive a Milano. Le sue radici salentine sono rimaste però molto ben piantate in quel Sud del Sud Est d’Italia. Quando ha avuto tra le mani un libro che compie un viaggio in quel Salento che molti anni fa lasciò per andare ad insegnare greco e latino a Milano, ne ha scritto sul portale italiaexpress.wordpress.com e ne ha scritto come solo egli avrebbe potuto scrivere.
Mentre lo ringrazio per avermi voluto dedicare le sue parole, ecco che vi propongo cosa scrive Paolo Rausa del mio Taccuino di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico .
di Paolo Rausa
Appunti di viaggio, emozioni dell’anima. Un percorso che Paolo Miggiano compie a ritroso nella sua vita, fin da quando era piccolo e scorrevano le sue giornate mano nella mano con la nonna al mattino presto per andare in chiesa e seguire le novene o con il padre che lo conduceva a pochi chilometri da Minervino, verso il mare. A Porto Badisco, al Bar da Carlo, che tuttora è affollato da giovani provenienti da tutta Europa. È il mare che attrae Paolo Miggiano, un mare che rispecchia sempre il nostro stato d’animo, nella quiete o in tempesta, che scaraventa la forza dei suoi flutti contro gli scogli, li cuti, da cui la celebre canzone che si ascolta con un brivido per la passione che contiene e per la disillusione. Ma non è forse la nostra vita così? L’altro elemento catartico è la terra, come luogo su cui abbiamo posato le prime impronte, con i calzari e senza. La terra che dà i mezzi di sopravvivenza e che è amata, accarezzata, solcata insieme al padre, mentre si sorregge l’aratro per accogliere le sementi. Il tutto inserito in un paesaggio sfavillante, meraviglioso eppure riarso per la fatica e la sofferenza che imprimono di calli le mani faticanti. Terra mara e nicchiarica, dice il poeta. Amara per lo spietramento e nicchiarica , senza nachiro, nocchiero, senza guida. Questo lo scenario che si presenta agli occhi di un bambino prima e di un adolescente poi, alle prese con gli elementi caratteristici di un borgo qual è Minervino, a pochi chilometri dal mare e da Otranto. Sembra di viverla quella viuzza, dove trovavano posto le botteghe e il palazzo Scarciglia, del nobile locale, storie e fatti che si susseguono, narrati e vissuti. Sempre con passione, con desiderio, con meraviglia. Chi se li può dimenticare? Le nfurnate de pane, di notte, nel forno di comunità, a legna. Qui dopo aver impastato la farina, si procedeva alla prima e alla seconda cotta, si forgiavano le pucce con le olive, i panetti e le friselle da conservare nei contenitori di argilla, traspiranti, in modo che potessero resistere per qualche mese. E così le fiche raccolte di mattina presto e fatte seccare al sole cocente di luglio e agostano che bruciava le pietre. Poi guarnite di mandorle o del gheriglio di noci, si passavano al forno. Per conservarle e utilizzarle durante l’invernata nelle capase o capasuni, Si brancava e si riempivano le tasche, quello era il nostro pasto mattiniero, la nostra colazione. I giochi, semplici eppure divertenti con poco, pochi mezzi creati da noi. Il teatro era la strada o la piazza del paese, E intanto i nonni raccontavano storie di fatti mitici, inverosimili, che arricchiti dalla loro fervida fantasia ci lasciavano interdetti, impietriti, in aspettativa per capire come andava a finire la storia. Per lo più terminavano con scene di orrore per ammonire e spaventare l’uditorio in ascolto con la bocca spalancata. Paolo Miggiano tocca le corde della nostra sensibilità e del nostro amore per una vita trascorsa nelle ristrettezze economiche ma ricca di umanità. È questo che mi colpisce di più a molti anni di distanza, io che sono vissuto a Poggiardo, a pochi chilometri dal suo. C’è una lezione fra le tante che abbiamo tratto: che la vita richiede coraggio, impegno e soprattutto va affrontata con dignità, nonostante tutto, le difficoltà che ci hanno respinto lontano dal nostro Salento. Lu sule, lu mare e lu jeuntu , le coste che luccicano e che hanno accolto visitatori, profughi e naufraghi da ogni dove. Noi siamo vissuti con il dogma dell’ospitalità perché chi giunge sulle nostre coste non è straniero, se come disse Ulisse a Polifemo è figlio del mare e adora gli dei. Sono molte le suggestioni che scaturiscono dalla lettura di questo Taccuino e per questo ringrazio Paolo Miggiano. Come dicevo all’inizio, è particolare il rapporto con la terra e i suoi prodotti fra cui soprattutto il tabacco, ora non più coltivato, che impiegava per mesi il lavoro di tutta la famiglia dal sorgere dell’alba al tramonto del sole, con la raccolta, l’esposizione al sole per seccarlo e infine a lavorarlo negli stabilimenti, dove le donne delle volte organizzavano scioperi e proteste per richiedere migliore trattamento economico e rispetto da parte del fattore e del signorotto locale, proprietario dei locali dove si confezionava il tabacco da spedire negli stabilimenti per trasformarlo in sigarette. E il viaggio per mare sullo schiarabbà o sul traìnu con il cavallo che ci tirava, con le donne che cantavano canzoni di lotta e d’amore, portandosi dietro il companatico o il tianu di melanzane, peperoni al sugo, a volte polpette, friselle che si bagnavano all’acqua marina e l’anguria che gettavamo a mare per farla rinfrescare. E che cos’è questa, se non bellezza?
Terra Somnia Editore, Tricase, maggio 2026, pp. 320, € 18,00.
Poggiardo, 15/07/2026