
Giuseppe Cappuccio su “Taccuino di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico”
Da quando il 28 maggio del 2026, la casa editrice Terra Somnia Editore ha reso disponibile in libreria il mio Taccuino di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico ho ricevuto tanti messaggi di apprezzamento per la mia scrittura. Qua e là sono cominciate a comparire sulle pagine culturali dei quotidiani del Nord e del Sud Italia recensioni bellissime.
Sono convinto che i libri sono degli autori fino al momento in cui, ringraziando tutti coloro che lo hanno aiutato, scrive l’ultima parola. Messa la parola fine, io stesso rileggo i miei libri, come un lettore qualsiasi, quando le pagine che ho scritto mi arrivano tra le mani in forma di libro cartaceo. A quel punto io posso solo riflettere se non era il caso di scriverlo diversamente, se quel capitolo intitolarlo in un altro modo, ma non posso far altro. Con questo Taccuino ho provato a dare voce alle persone, ai luoghi e al tempo che non ci sono più. Ho fatto ciò che ho potuto, chi verrà dopo farà meglio.
Intanto, meglio di me stanno facendo i miei lettori che mi scrivono per dirmi del mio libro. Uno di loro è Giuseppe Cappuccio il quale utilizza parole che io stesso avrei fatto fatica a trovare. Ve lo propongo, mentre trovo il tempo per ringraziarlo.
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Caro Paolo,
ho letto “Taccuino di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico” con la calma che questo libro pretende da chi lo apre. Perché non è un libro da divorare, ma da attraversare lentamente, lasciandosi accompagnare dalle immagini, dagli odori e dalle emozioni che hai raccolto nelle pagine del tuo taccuino. Il tuo non è soltanto un viaggio nel Salento. È un viaggio nella memoria, nei luoghi e nelle atmosfere che hanno costruito la tua vita. Lo racconti con gli occhi di chi si volta indietro dopo aver percorso molta strada, senza nostalgia ostentata, ma con quella consapevolezza che solo il tempo sa regalare. E così, mentre racconti te stesso, finisci per raccontare anche un pezzo di noi. Leggendoti si ha la sensazione che il lettore cammina al tuo fianco, condividendo ogni sosta, ogni pensiero, ogni ritorno al passato. Ci sono pagine che mi hanno riportato indietro nel tempo. Penso, ad esempio, al momento in cui racconti la scoperta della morte, quella che da adolescenti arriva con la perdita di un nonno o di una nonna. Mi è tornata alla mente quella richiesta che molti di noi hanno ricevuto almeno una volta: «Da un bacio al nonno». E con essa quella sensazione di freddo che resta impressa nella memoria per tutta la vita.
È sorprendente come un ricordo così personale riesca a diventare universale. E poi ci sono gli odori della terra, le nuvole bianche, il canto degli uccelli, il rapporto quotidiano con una natura che sembrava appartenere alla normalità e che oggi, invece, appare quasi estranea alle nuove generazioni. Mi è venuto da sorridere pensando a come perfino una semplice falena entrata in casa sia ormai motivo di paura, quando un tempo era soltanto una presenza discreta della natura che ci circondava.
Il tuo libro mi ha fatto riflettere su quanto siano preziosi quei piccoli frammenti di vita che rischiano di scomparire. Chi li ha vissuti, spesso li lascia sedimentare nell'oblio; chi non li ha vissuti forse li sostituirà con immagini che scorrono veloci su uno schermo (e penso ai nostri giovani, ai nostri figli). Ma la memoria vera è fatta di odori, di silenzi, di voci e di sensazioni che nessuna fotografia può conservare. Tra tutti gli appunti del tuo taccuino, "Dove il tempo mette radici" l'ho trovato di una poesia struggente, capace di racchiudere il senso profondo del libro. Ma non è stato l'unico. In molti altri passaggi ho ritrovato ricordi che credevo dimenticati, episodi della mia infanzia che erano rimasti chiusi in qualche angolo della memoria. Ed è questo, secondo me, il merito più grande del tuo libro. Tu racconti i tuoi ricordi, ma senza accorgertene spalanchi anche i nostri. Apri scatole della memoria che pensavamo dimenticate e ci inviti a guardarci dentro. Il tuo Taccuino è un invito a rallentare. A concedersi il tempo di ricordare. Perché ognuno di noi custodisce dentro di sé luoghi, persone, odori e frammenti di poesia che aspettano soltanto qualcuno capace di riportarli alla luce. E tu, con la semplicità e la sincerità della tua scrittura, ci sei riuscito.
Giuseppe Cappucio - Architetto