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Il poliziotto democratico, le divise del disonore che nessuno vede e i politici improvvidi

Davanti ai fatti accaduti il 26 gennaio scorso al bosco di Rogoredo, con l’incriminazione di un poliziotto con l’accusa di omicidio volontario per aver deliberatamente ucciso uno spacciatore e di aver poi inscenato una sorta di legittima difesa, non posso non ricordare i miei trentaquattro anni nella Polizia e soprattutto quando ero un giovanissimo poliziotto.

Ci sono episodi nella vita professionale che ti segnano e che non puoi dimenticare. Avevo pochi mesi di servizio, dovevo ancora imparare tutto del mestiere. La formazione era stata scarsa e spesso erano i consigli dei colleghi più anziani che seguivi. Ricordo che uno di loro, un giorno, discutendo di legittima difesa, mi disse: «ti consiglio di acquistare una pistola con la matricola abrasa, clandestina così se spari e va male la metti in mano al malcapitato e hai la scusa pronta». Ovviamente fu un consiglio che non ascoltai e quelle volte che mi è capitato di sparare ci ho sempre pensato bene prima di farlo. Per questo oggi la fretta di creare eroi o colpevoli mi inquieta più della cronaca. 

Ma andiamo a Rogoredo. È il 26 gennaio. È sera al bosco di Rogoredo, il più grande supermercato della droga della città di Milano. Uno spacciatore tra tanti. Un controllo di polizia. Lo spacciatore estrae una pistola. La punta verso uno dei poliziotti. Il poliziotto è più veloce e spara. Spara e lo colpisce alla testa. Lo spacciatore muore. Poi si dirà che l’arma con cui lo spacciatore mirava al poliziotto era una pistola giocattolo, ma il poliziotto non poteva saperlo.

Si è davanti ad una situazione chiara. Forse troppo chiara. C’è una periferia degradata, un fatto di cronaca, lo straniero di pelle nera, spacciatore, pericoloso, che punta la pistola in direzione di un poliziotto che giustamente reagisce e lo uccide: legittima difesa.

Messa così la questione – in un clima sociale e politico in cui si sta discutendo di un decreto sicurezza che contiene norme che in qualche maniera tendono a mitigare le responsabilità per i poliziotti indagati - si presta a diventare un fatto politico. 

Passano pochi minuti e molti esponenti del Governo in carica, mettendo da parte responsabilità e prudenza, si schierano dalla parte del poliziotto che nel frattempo era indagato per lo specifico reato. Si registra una spirale di dichiarazioni sui social e sui giornali. Così dalla notizia alla sentenza il passo è stato breve. Senza conclusione delle indagini, senza imputazione, senza processo, la sentenza è già scritta: innocente, ma ingiustamente accusato!

Così, 37 minuti dopo, Matteo Salvini: 

«Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Io sto con il poliziotto senza se e senza ma».

«Ritengo veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva l’iscrizione per omicidio volontario di un agente che ha reagito peraltro di notte nel “bosco della droga” a decine di metri di distanza sparando un solo colpo. Più legittima difesa di così. E mi spiace che quel pubblico ministero abbia aperto un fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell’agente avesse sparato per uccidere».
Subito dopo gli fa eco il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari: «Il nuovo pacchetto sicurezza voluto dalla Lega prevede una norma per evitare indagini automatiche per gli agenti che si difendono».

Galeazzo Bignani, capogruppo alla Camera dei Deputati per il partito di Fratelli d’Italia, ai microfoni della trasmissione televisiva “Dritto e rovescio”, parlando dei fatti di Rogoredo, afferma: «Un poliziotto va a Rogoredo, in una operazione di polizia, fatta per contrastare lo spaccio e la presenza di immigrati irregolari. Uno di questi scappa. Poi si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara e, ahimè, lo uccide. Il risultato è che la magistratura ha indagato quel poliziotto per omicidio volontario. Arrivano poi altri quattro poliziotti che dicono che nel momento in cui ha sparato era in corso un’operazione di Polizia. Indagati anche i quattro poliziotti. Io, da Avvocato dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare Sì».

Poi è lo stesso Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ospite a una trasmissione televisiva, che argomentando intorno a quello che definisce «il doppiopesismo di certa magistratura sta rendendo inefficace la battaglia per la sicurezza», arriva ad affermare: «… Un agente spara ad uno spacciatore che gli puntava addosso una pistola – poi si è scoperto che la pistola era a salve, che chiaramente l’agente non lo può sapere – quell’agente viene indagato per omicidio volontario …».

Sul sito internet della Lega compare anche una petizione per la racconta firme «Io sto col poliziotto». Petizione che raggiunge più di settemila firme.

Non poteva mancare la presa di posizione del sindacato di polizia più schierato sulle posizioni della destra parlamentare, il SAP (Sindacato Autonomo Polizia), che avvia una raccolta fondi per sostenere «la tutela legale del collega» che era «stato costretto ad aprire il fuoco a Rogoredo». Raccolta fondi sostenuta e promossa anche dal quotidiano Libero, che ha visto circa 12.000 adesioni.

Insomma, a poche ore dai fatti, voglio augurarmi in buona fede, si costruisce una campagna mediatica che incornicia l’accaduto come un caso di legittima difesa e presenta il poliziotto come uno che ha fatto solo il proprio dovere, verso il quale si esprime solidarietà e vicinanza. Per carità, stare dalla parte dei poliziotti è sempre una cosa giusta, ma parlare e prendere posizione senza sapere nulla, cavalcare l’onda, senza avere nessuna informazione è da considerare almeno imprudente.

Passano i giorni, mentre certi politicanti sparano sentenze, le indagini proseguono, la versione del poliziotto crolla e si appura che le cose non starebbero affatto come erano state descritte. A dimostrazione che davanti a casi come questi devono parlare gli inquirenti e non gli slogan, il 23 febbraio, a circa un mese dalla vicenda, l’assistente capo Carmelo Centurrino del commissariato di pubblica sicurezza Mecenate di Milano, viene raggiunto da un provvedimento di arresto della Procura di Milano. È accusato di aver sparato volontariamente allo spacciatore Abderrahim Mansouri, mentre questi era disarmato, e di aver simulato la legittima difesa, mettendo accanto al corpo agonizzante una pistola giocattolo. Con lui sono stati indagati anche altri quattro agenti con l’accusa di favoreggiamento e omissione di soccorso. Accusa giustificata dal fatto di aver coperto e sostenuto la versione fornita nelle prime ore dai fatti da Centurrino. In una conferenza stampa congiunta tra il Procuratore e il Questore di Milano, emerge che Centurrino estorceva denaro e droga allo stesso Abderrahim Mansouri: duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno, l’entità dell’estorsione. Quanto alla pistola a salve trovata accanto al suo corpo non sarebbero state trovate le impronte digitali della vittima, ma tracce di materiale biologico di due persone diverse. Circostanza che farebbe pensare che la pistola sarebbe stata collocata a fianco del Mansuori in un secondo momento. Addirittura, Centurrino avrebbe trovato il tempo di ordinare ai suoi colleghi di andare al commissariato a prendere uno zainetto contenente la pistola giocattolo e simulare la legittima difesa.

Ora se queste sono le accuse che vengono rivolte all’ex poliziotto, anzi al delinquente, per utilizzare le parole dello stesso Capo della Polizia Vittorio Pisani, dobbiamo interrogarci chi fosse questo poliziotto prima dei fatti che lo vedono indagato per omicidio.

Ha quarantuno anni. Viene definito il più anziano della squadra investigativa del commissariato dove espletava servizio. Uno che eseguiva numerosi arresti per i quali gli era stata conferita persino una parola di lode da un capo della polizia. Tutti lo conoscevano con il soprannome di Luca. Alcune indiscrezioni, da considerare con cautela, parlano di complicità con alcuni spacciatori e inflessibilità con altri. Addirittura i quattro agenti indagati per gli stessi fatti, quelli che pedissequamente obbediscono all’ordine di recarsi in commissariato a prendere lo zainetto con la pistola giocattolo, riferirebbero di arresti imposti e di altri scansati, di aggressioni e violenze agli spacciatori.

E sono soprattutto queste rivelazioni che inquietano chi come me è stato un poliziotto e che dovrebbero interrogare soprattutto coloro che della catena di comando hanno la responsabilità, oltre che dei politici dallo slogan facile. Chi sapeva e non è intervenuto? 

I poliziotti trascorrono più ore presso i loro uffici di quelle che trascorrono con la propria famiglia. Dei propri colleghi si sa tutto. Se un collega è violento, tu lo sai. Se forza la mano con chi commette reati, non puoi non saperlo. Se non rispetta le regole, lo può nascondere una volta, ma alla seconda la voce circola. E se tu stai zitto, sei complice. 

Ora, per voce del suo legale, apprendiamo che quel poliziotto, quell’ex poliziotto, avrebbe confermato le accuse che gli vengono addebitate, che avrebbe simulato la legittima difesa perché avrebbe avuto paura. Avrebbe ammesso anche di aver sbagliato, di essere pentito e chiesto scusa a chi indossa una divisa. Troppo tardi!

Ha fatto bene a confessare a chiedere scusa a chi indossa una divisa. Ha fatto bene perché i poliziotti che portano la divisa con onore sono la stragrande maggioranza. È lui che l’avrebbe disonorata, sporcata. 

Evidentemente in polizia ci sarebbe ancora qualcuno che ai giovani agenti darebbe cattivi consigli, come provò con me quel collega più anziano, senza riuscire a convincermi. Forse lo stesso Centurrino avrebbe elargito consigli a piene mani e chissà – in mezzo a tanti poliziotti onesti - quanti gli hanno dato retta. Spero pochi.

In ogni caso, se lui avrebbe chiesto scusa, i politici della retorica facile, quelli che non conoscono la categoria del dubbio, che non hanno saputo stare un passo indietro, quel sostantivo non lo hanno pronunciato, hanno solo cambiato narrazione. 

Quanto a me, che sono stato un poliziotto democratico, se notate i verbi con cui ho scritto questa breve riflessione, soprattutto nelle parti che riguardano gli indagati, li ho coniugati tutti al condizionale, che indica una possibilità. Una possibilità che solo la magistratura può verificare e fermare in una sentenza, emessa da un giudice, dopo un regolare processo, nel contradditorio delle parti. Questa è la regola costituzionale che ancora vige in Italia, finché quelli degli slogan della prima notizia, con le loro pericolose proposte di riforma, non aboliranno: resto un ex poliziotto, ma democratico.